Le premesse c’erano tutte per un giro mountain intenso. Quando i compagni di avventura si chiamano Mauro, Dario e Claudio, non può essere altrimenti. La pianificazione di Mauro sicuramente prevedeva la fatica, porteremo le bici dove pochi osano, dove pedalare è impossibile:” Mi faranno morire”, pensai, ma non potevo mancare.
Villanderer Alm si trova nella parte ovest delle alpi Sarentine in Sudtirolo è una zona che non conosco e guardando la mappa non mi sembra particolarmente impegnativa: a destra dell’Adige, sopra Chiusa, di fronte alle Dolomiti, ma da caratteristiche morfologiche diverse, piatta, un panettone.
Mah!?
Con qualche difficoltà con la lingua tedesca prenoto all’indirizzo dove Mauro ha già fatto la sua prenotazione, poi vado sul forum in maniera sintetica annuncio la mia presenza, postando “Fatto!.... Prenotato”.
Si parte da Chiusa, procedendo su strade secondarie e sempre in salita fino ai pascoli di Vilandro. Sento la fatica più di quanto mi aspettavo, qua abbandoniamo l’asfalto e troviamo subito una rampa da paura, dove preferisco spingere la bici. Loro no, pedalano.
Fuori dal bosco la strada spiana, ondeggia sui verdi pascoli assieme a perfette staccionate, ricamando arabeschi percorsi.
Perse
E qua la visione, mai e poi mai avrei immaginato che si potesse avere una vista così sulle Dolomiti: si vedono tutti i gruppi con le loro cime, come una argentea corona sul mondo . Riconosco le vette di Ries, Odle, Putia, Tofana,"Geislerspitzen", Marmolada, Sassolungo, "Plattkofel", "Palagruppe", "Kesselkogel", Catinaccio, Sciliar Latemar il Corno Nero e Bianco. Stupefacente!
E’ continuo il fotografare di Dario nel tentativo, invano, di cogliere lo scatto che le contenga tutte.
Lo sguardo è rivolto a destra al di là della Val d’Adige. Il maestoso panorama è gratificante e rende accettabile la mia fatica.
Arriviamo alla meta della giornata; il rifugio Latrfonser 2311 tipico tirolese appoggiato sul fianco della montagna e orientato a sud. Davanti al fabbricato e oltre la terrazza pochi metri in basso la chiesetta del Sacro Cuore, in rigoroso stile gotico -1743- , svetta il suo esile campanile. Siamo di fronte al luogo di culto più alto d’Europa, guarda a ponente ed è parallela al ospizio. Eh si! Proprio questa era la destinazione originaria del rifugio. Oltre la chiesa il vuoto, il nulla, fino a toccare con lo sguardo oltre la valle, un po’ a sinistra le Dolomitiche si dissolvono nella foschia verso la lontana Valpadana. Prendiamo possesso dei nostri giacigli nel lager situato nel sottotetto. Una lavatina veloce prima della francescana cena, per poi uscire ad assistere alla magia del tramonto.
Il giorno dopo mi sveglio presto. Vado fuori al freddo assieme a Dario, ci godiamo questo spettacolo: il passaggio dalla notte al giorno, veloce è il sorgere del sole che sprigiona tutto il suo misterioso fascino.
Fatta l’abbondante colazione si parte: poche pedalate e già ci si mette la bici in spalle, si sale verso la cima del monte Ritlar (2528). Sono di nuovo in affanno, partire così vado in crisi subito. Di lì a poco si arriva alla vetta sovrastata da un’ imponente e nuda croce. Il sentiero, fino a qui sempre in salita, scende un pochino e in fondo trovo Mauro che mi aspetta all’attacco di una ripida risalita su delle roccette, dotata di una corda di acciaio, e mi fa vedere una traccia di un sentiero da dove potrei tagliare per scendere a valle. Probabilmente vede tutta la mia fatica e la interpreta come paura, lo ringrazio, ma non ho assolutamente l’intenzione di mollare. Mi fermerò spesso ma niente di più e ostacolo dopo ostacolo, si va avanti.
Si arriva alla cima di Kassianplitze (2581) il punto più alto della nostra avventura. Il panorama è verso l’infinito a 360gradi, alla vista delle Dolomiti si aggiungono le Alpi Lombarde, quelle Svizzere e Austriache. Meritata sosta sotto un imponente croce con una statua lignea di Cristo. Da dove parte la discesa che ci riporta al rifugio e che per me è come la salita: mi impedisce di stare in sella. Ma non è un problema.

Dario Perse Orma ”scalatori”
In un tratto, dove porto la bici a spalle e l’equilibrio è precario, vengo superato da un gruppo di escursionisti. Il più anziano, in segno di disapprovazione, scuote continuamente la testa,così io gli rivolgo la parola per spiegargli il mio punto di vista, ma non vuole sentirle.
E’ proprio vero che quando uno e radicato nelle sue convinzioni non c’è niente che possa smuoverlo, o forse sono le novità che mettono paura. Faccio paura? Non dico che gli farei cambiare idea, ma almeno fornirgli argomenti che illuminino la sua mente,
Penso che la presunzione del sapere sia il più grande ostacolo per il progresso dell’uomo.
Passiamo al rifugio per riempire le borracce d’acqua: si riparte. Da lì a poco, fatta poca strada, il sentiero pur rimanendo pianeggiante diventa tecnico,sassoso. Devo spingere la bici a mano, non riesco a far avanzare la Bici oltre i massi. Sono da solo perché i miei compagni riescono a stare in sella e a pedalare dove io neanche ci provo. Mi stupiscono le capacità atletiche di Claudio con la sua single speed da 29” che riesce a pedalare con disinvoltura. Grande fisico, grande tecnica. Non sono da meno Dario e Mauro, neache li vedo da tanto che sono avanti. Si fermano ad aspettarmi, ma appena li raggiungo loro partono, e io sempre alla “canna del gas”.
Mi piace questo posto, questi spazzi aperti apparentemente sempre uguali ma sempre diversi, mi danno un senso di tranquillità, di pace. La sento. Non ho l’apprensione di raggiungerre gli altri, che poi li trovo più avanti, stravaccati in un prato a mangiare un panino. Sembrano stanchi, provati dalla fatica, ma sereni e appagati.
Di lì a poco sono di nuovo da solo.
Incrocio qualche escursionista, mi guardano con meraviglia e fanno cenni di compiacimento. Due ragazze di S Christina in val Badia, mi chiedono da dove veniamo, vogliono sapere cosa facciamo, come e perché. Con loro ho fatto un bel parlare del nostro modo di vedere la montagna. Penso che fare questo sia un modo giusto per non creare ostilità verso il movimento che in questo momento rappresento.Arriviamo sul monte del Pascolo (2436), panoramico, ma ormai siamo assuefatti a questo.
Ci concentriamo sulla discesa che ci aspetta davanti a noi. Parte sul crinale a sinistra e poi taglia la conca fino al sottostante rifugio Rodella(2284). Ci sono diversi escursionisti che salgono, mi fermo spesso per lasciarli passare, li saluto. Li guardo, sono sereni, divertiti della nostra presenza, e godiamo tutti dello stesso spettacolo che la natura ci offre. Al rifugio, pranzo veloce e poi giù si continua nella infinita discesa, mai difficile e così sono sempre in sella dietro a Claudio. Lui sulla sua rigida single speed, qualche difficolta la sente, questo va a mio favore e mi permette di seguirlo nelle sue traiettorie sempre perfette. E’ la prima volta che riesco a stargli dietro. Uno spettacolo vederlo navigare sul sentiero. Alla fine un tratto di gradini che dalla rocca del Monastero di Sabiona porta in centro a Klausen- Chiusa, qua serve la tecnica, quella che io non ho, in più sono stanco ed è faticoso ma è l’occasione giusta per fare un pò di esperienza.
Il weekend è finito. In auto la stancheza si fa sentire, vedo nei miei compagni la serenità, il compiacimento di aver vissuto delle giornate spettacolari, uniche.
Siamo stati grandi. Assieme a Mauro, Claudio, Dario abbiamo dato vita a una escursione che e’un gioiellino, una chicca. Difficile da dimenticare. Almeno questo è quanto sento dentro...Alla prossima.



