Sabato mattina mi sveglio di buon ora e nel buio della mia stanza l’unico mio pensiero è dove pedalare; con i BdB no, sono troppo lontani, rimane il Baldo o sui Lessini.
Mi dilungo un po' tra bagno e cucina, prima di aprire la finestra dello studio. Quando l’ho fatto lo sconforto totale mi ha assalito.
PIOVE!!! La speranza di pedalare va al giorno dopo…
Domenica mi sveglio e questa volta corro a guardare dalla finestra, non piove, ma c’è nebbia, non sarà un gran ché ma si va.
Alle nove sono in sella con destinazione il Monte Pastello, a Fumane la nebbia si dirada lasciando filtrare un pallido sole, finalmente. Prendo un po' quota, quando la nebbia sparisce il cielo è limpido e uno stupendo panorama mostra le colline della Valpolicella di un bianco candido. La pioggia che mi ha fermato il giorno prima a dato vita a questo magico spettacolo.
Superato il paese di Cavalo svolto a sinistra per la carrabile che porta alle cave. La strada è coperta di neve, sto pedalando dentro la traccia lasciata da un fuoristrada che al primo tornate si è fermato e ha fatto inversione. Tutto in torno è un caos di impronte lasciate da scarponi e ciaspole che poi prendono ordinatamente il percorso nel mio stesso verso di marcia addentrandosi nel bosco.
La neve si è fatta alta, mi ci vuole un certo impegno e stare in sella ma proseguo. Con queste difficoltà raggiungo il cancello che separa la strada del bosco dal maneggio, oltre il quale la strada è battuta e mi permette di proseguire agevolmente fino alla dosso “dei Cavai”. Così lo chiamo io perché ci ho sempre trovato una mandria di cavalli. Questa è la masua di Cavalo, da dove si domina da una parte la Valpolicella con sullo sfondo il Carega, dall’altra parte la Valdadige e il Baldo, spettacolare panorama, non a caso gli austriaci ci hanno costruito un forte. Le tracce terminano qua nella neve è dir poco alta 60/70 centimetri. Ci sono solo le impronte di un paio di scarponi che proseguono verso la cava. Decido di tornare sui miei passi. Ma cosa vedo? Tracce di una grassa ruota di bicicletta. Cerco di capire, c’è solo questa traccia, è fresca. E’ andato avanti e non più tornato in dietro, ma chi sarà mai? Bene. Proseguo anch’io, provo a raggiungerlo.Da lì all’inizio della discesa passando attraverso la cava ci sono due o tre kilometri, li abbiamo fatti tutti a piedi, io e il mio sconosciuto amico Biker. Sempre con la neve sopra il ginocchio io porto la Bici a spalle lo ritengo più agevole il mio amico fantasma no, lui preferisce spingere. Immagino con quale fatica: un continuo sprofondare dell’ anteriore nella neve obbligandolo a tirare con forza in su la Bici per portarla al disopra del manto nevoso nella vana speranza che galleggi, ma basta perdere l’equilibrio un attimo che ci si trova a caricare il peso sulla bici che risprofonda. Deve essere forzuto, da parte mia approfitto delle sue impronte, ci cammino dentro, ma lui deve aprirsi il passaggio sulla neve fresca. Che fatica. Il tentativo di raggiungerlo ormai non ha più speranza. La discesa è impegnativa bisogna procedere con cautela, ma almeno si può provare a guidare la bici, è un continuo barcollare, scivolare, impuntarsi della ruota anteriore. Più avanti il sentiero si biforca, con dispiacere abbandono le tracce fin qui seguite, prendo a destra sul tratto più difficile in condizioni normali, ma in questo caso lo ritengo il più facile in quanto ben battuto dal passaggio di una moto. I pedali sprofondano sui lati del solco fatto dal trialista, causa di continui voli da parte mia. Cadere non è mai stato cosi piacevole non provo neanche a contrastare la traiettoria che prende la Bici, e quando impunta mi lascio andare. Una goduria. Il sentiero finisce su una strada sterrata mal concia di suo, ora più ovattata dal manto di neve sempre troppo alto e farinoso, non sembra neanche quella che conosco,continuo a stare dentro la traccia della moto amica. Ho sempre detestato i motociclisti che trovo sui sentieri, ma è doveroso ringraziare questo centauro per il servizio di apripista che mi ha fatto. Arrivo sulla provinciale asfaltata è sgombera dalla neve. Mi rilasso, spolvero via la neve da dosso, guardo la Bici tutta coperta di neve, le ruote sembrano lenticolari, non ci si vede oltre da quanta neve si è compattata tra i raggi, mentre sui prati è quasi sparita. Il cielo azzurro non c’è più si è coperto e il grigio è dappertutto.Le mie gambe sono bagnate fradice le dita dei piedi doloranti dal freddo, la fronte bagnata dal sudore. Sono le 14 è tardi, devo tornare, il progetto iniziale quello di fare come tratto finale la valle dei Pangoni, lo devo abbandonare.
Mi butto in picchiata sulla provinciale verso casa, dopo mezzora ci arrivo con i piedi, le mani e le gambe di ghiaccio. Riesco a essere anche contento della giornata: pedalato poco, faticato molto, collaudo del giubbino verde pisello della Salewa effettuato nelle peggiori condizioni possibili “approvato”.
Mi rimane il dispiacere di non aver dato un volto a quel irresponsabile ma temerario amico che mi ha accompagnato in questa avventura.





